MAURIZIO VALTIERI
120

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120
di Maurizio Valtieri
Collana Teke Narrativa
www.associazioneculturaleteke.it
ISBN 978-88-903933-1-0
© 2006 Maurizio Valtieri
e-mail: contatto.autore@fastwebnet.it
Seconda edizione 2009
In copertina “Il sonno dei Von Edelstein di M.Valtieri”

A mia madre, mio padre e Bruno


“Ce l’ho duro anche stamattina!”
Vorrebbe rimanere a letto, con la testa sotto le coperte, protetto dal tepore prodotto dal suo corpo, in uno stato di dormiveglia che gli è così familiare da evocargli, ogni volta che ci pensa, inevitabilmente la parola casa. Per molti è un luogo, per altri un odore o un sapore, per altri ancora volti nei ricordi di bambino, per lui il suo letto, da qualche anno, è casa e, per questo, si alza sempre con un certo dolore dello spirito, usando una quantità sovrumana di energie per entrare in quella che la gente comune chiama vita reale.
È venerdì, spinge un pulsante e il quadrante del suo orologio da polso si illumina, è quasi mezzogiorno, ma è un dato che per lui non ha molta importanza, se non quella di fornirgli un’idea di ciò che dovrebbe fare, se fosse uno dei tanti.
Ricorda il proprio nome, Luca, mentre le immagini del sogno che poco prima stava facendo, cominciano a dissolversi, insieme a tutte quelle idee brillanti che solo lo stare sotto le coperte fino a mattina inoltrata gli permette di creare. Qualche volta ha l’impressione di essere peggiorato negli ultimi anni, ma poi, se ci riflette attentamente, si accorge di essere sempre stato così, che quello è il suo ritmo naturale, alterato solo, nel corso della vita, da obblighi che ha sempre mal digerito. Alzarsi per andare a scuola, per esempio. Durante le medie prima ed il liceo dopo, si è sempre chiesto con quale criterio decidessero gli orari, quale fosse la ragione che costringeva, di volta in volta, generazioni di adolescenti assonnati a dirigersi, come i morti viventi nel film di Romero, verso i cancelli della scuola. Per anni, li si poteva vedere dormire durante le prime ore di lezione. Possibile che nessuno se ne accorgesse? Avevano gli occhi aperti, ma continuavano a dormire e, appena accennavano ad un qualche risveglio, la loro mente si caricava di amori impossibili, di vestiti da scegliere per questa o quella uscita, di motorini, di sigarette da comprare e di soldi da rimediare, di erezioni involontarie e sogni erotici, di pensieri lontani dall’avere qualche legame con l’ora di storia o di matematica. Forse è ancora così, pensa Luca da sotto le coperte, allungando un braccio in esplorazione e constatando di essere solo nel letto. Il segreto sta nel tardo pomeriggio, quando tutte le attività dovrebbero cominciare e proseguire fino a sera inoltrata. Lui non ha mai avuto il minimo dubbio che questo sia il giusto metodo e, inoltre, eviterebbe alla gente di starsene imbambolata davanti agli stupidi programmi televisivi della cosiddetta prima serata.
Il suo week-end lungo è già cominciato e non dovrà lavorare fino al prossimo lunedì, questo da qualche mese, da quando ha scelto di tagliare le ore di insegnamento, da quando l’essere gentile e brillante con i suoi studenti non è più un gioco divertente ed ha assunto il peso di un dovere istituzionale.
Sa che è arrivato, suo malgrado, il momento di alzarsi e questo venerdì non può ripetersi il mantra mattutino con la solita questione: datemi una ragione affinché io mi convinca che là fuori c’è qualcosa per cui valga la pena lasciare il mio letto. Di solito è lui a vincere, visto che da nessuna parte dell’universo gli arriva una risposta convincente e, di solito, si alza faticosamente e trionfante, con la consapevolezza di essere un eroe del vivere quotidiano, uno che riesce a muoversi nel teatrino della vita, senza la presunzione comune di avere uno scopo esistenziale.
Questa volta è diverso, non si tratta ovviamente di uno scopo, sarebbe troppo, ma di un appuntamento, dopo pranzo, con l’avvocato di suo zio Osvaldo, il parente illustre, il luminare o, come diceva qualcuno, il professorone.
Abbandona la posizione fetale e comincia a stirarsi, assumendo varie posizioni plastiche ed emettendo strani lamenti ad ognuna di esse, frasi indecifrabili, una danza tribale accompagnata da formule apotropaiche, mentre il sangue irrora nuovamente i muscoli. Prova la stessa sensazione che proverebbe una farfalla alla sua prima uscita dal bozzolo: la percezione dell’aria e del mondo circostante, le ali appiccicaticce che si dischiudono, come un antico ventaglio lasciato chiuso per secoli, il timore e la curiosità per la nuova dimensione nella quale viene a trovarsi.
Si passa una mano sul pene, lo sente di una forte consi-stenza, lo piega e lo spinge prima a destra, poi a sinistra. Più lo stringe e più gli si gonfia e pulsa, come se volesse esplodere. Lo libera.
Allontana con le gambe e con i piedi le coperte da sé e resta per qualche minuto supino, nella posizione dell’uomo vitruviano di Leonardo. La stanza ha assunto contorni nitidi nella penombra, svanisce anche l’ultimo ricordo dei sogni fatti e dalla cucina arriva il suono di uno stereo tenuto a volume basso.
Si alza. Colazione? Pranzo? Tutti e due insieme? Deve decidere percorrendo a fatica il breve spazio che lo separa dalla porta della camera da letto, oltre la quale c’è il pia-neta Terra.
Quando arriva in prossimità della cucina, si ferma qualche istante, prima di entrare. Francesco, di spalle, si muove piano, cercando di produrre meno rumore possibile, gesti e movimenti sono lenti, sposta e prende, prima da un cassetto, poi da un altro, vari utensili. In sottofondo la voce oltremondana di Giuni Russo, il forte chiarore che arriva dalla finestra, invade la stanza e crea un alone intorno alla figura di Francesco in controluce. Sembra un’apparizione mistica, con tanto di canto angelico. Stanno insieme da sei anni e convivono da tre, solo perché Francesco ha insistito e insistito, fino a farlo cedere per sfinimento, solo per non sentirlo più lamentarsi del desiderio frustrato di essere una vera famiglia e di quanto fosse importante anche politicamente, per non darla vinta a quelli che, ancora oggi, definisce fascisti vaticanensi. In quel periodo a Luca importava poco della politica e ancora meno del Vaticano, pensava semplicemente che una voce ignorata non esiste e che certe stronzate non andavano sostenute dandogli importanza. Ma aveva accettato, come un fidanzato ateo e comunista accetta di sposarsi in chiesa, solo perché lei vuole il vestito bianco e tutto il resto. Avrebbe preferito due case separate, cenare o vedere un video o starsene abbracciati o scopare alla grande una volta dall’uno e una volta dall’altro, ma pronti anche a vivere la propria solitudine. Poi se ne è fatto una ragione, si è convinto che quella esperienza lo avrebbe reso migliore, più responsabile, proprio come tutti lo avrebbero voluto e, fino a poco tempo fa, ha alimentato il proprio entusiasmo, sicuro che fosse stata la cosa giusta da fare. Ma, forse, ora non è più sufficiente, forse Francesco incomincia a stargli sulle palle, come il resto del mondo.
“Ciao”
“Ehi”, fa Francesco girandosi, “ce l’abbiamo fatta anche oggi a risorgere”. Alza il volume dello stereo.
“Volere è potere” è l’unica cosa che a Luca viene da dire.
“Guarda un po’, ce l’hai così duro che ti scappa dalle mutande e poi mi tocca andarlo a prendere in giro per casa.”
“Anche tu stanotte, in quanto a durezza, non scherzavi mica. Stai allegro amore, che ancora tira bene”, non riesce a credere di averlo chiamato amore con la naturalezza di sempre, eppure vorrebbe stare da solo, eppure le frasi che si sono appena scambiati gli sembrano quelle di un qualsiasi incontro occasionale. Che fine hanno fatto i sentimenti?
La musica si fa lirica e triste, morirò d’amore, morirò per te.
“Non riesco a metabolizzare il fatto che Giuni sia morta.” Francesco si passa una mano sulla faccia, quasi volesse cancellare qualcosa, “Ti rendi conto di quanta gente senza senso ci sia al mondo e che il nostro parlamento è pieno di donne cerebrolese di destra in perfetta salute, mentre Giuni se n’è andata.”
“Sono sempre i migliori ad andarsene, non è così che si dice, ma, se vuoi, posso tirare fuori qualche altro luogo comune”, Luca se la ride, ma sa che lo sta facendo solo per dargli sui nervi, “Mi fai un caffè?”
“Che stronzo che sei!” Francesco si volta verso la finestra: “ Fattelo da solo il caffè”
“Vado a lavarmi”.
“Vatti a lavare stronzo e fallo con l’acqua fredda”
“Fallo, fallo, fallo, che meravigliosa parola!” Luca si dirige verso il bagno, si ferma e grida: “E tanto per essere chiari, sono stato io a farti ascoltare per la prima volta Giuni Russo, quando ti ho tirato fuori da quella discoteca di terz’ordine, quindi non stare a fare la pia donna con me”, entra e sbatte soddisfatto la porta del bagno.
“Stronzo fallito!” Echeggia la voce di Francesco per tutta la casa.
Più tardi, fermo, davanti alla fontana delle Tartarughe, l’avvocato Morremo è un tipo come tanti: 45 anni circa, statura media, sguardo attento; vestito con un certo gusto, colori scuri, nelle varie tonalità del blu, giacca a tre bottoni, soprabito, una ventiquattrore. Si guarda intorno, con l’aria di chi sta valutando la zona nella quale ha deciso di venire a vivere, pur mantenendo qualche ragionevole dubbio.
Arrivando a piazza Mattei, Luca identifica immediatamente l’uomo con il quale ha l’appuntamento e rallenta il passo, per poter avere la possibilità di studiarlo più a lungo. Cerca, soprattutto, di vedere le sue scarpe, poiché, è convinto, dalle scarpe si può capire molto di una persona: in genere non è difficile riuscire a vestirsi decentemente, ma le scarpe fanno la differenza, in un mondo di uomini in giacca e cravatta, ben pettinati, spesso traditi solo da calzature a basso costo.
Lo guarda con l’occhio esperto di chi è abituato a capire cosa si cela sotto gli abiti ed in pochi secondi il quadro è completo: ordinario, pensa, comincia a perdere i capelli, probabilmente è pieno di peli sul petto, rasato potrebbe essere più sexy; cerca di tenersi in forma, ma percepisco un certo rilassamento addominale; ha le mani abbastanza grandi, di quelle che ti fanno venire voglia di essere preso e anche i piedi non sono piccoli; il pacco non riesco a vederglielo, ma mi domando come possa essere a letto, dalla faccia è uno di quelli che quando gode storce gli occhi e spalanca la bocca; chissà se ti si mette sopra, ti schiaccia col corpo e ti fa sudare a contatto coi suoi peli, oppure, dopo che ti ha fatto un’apologia della bisessualità, precisando che il vero amore è solo con una donna, ti si mette di culo e vuole che te lo fai a sangue. In ogni caso, ha almeno superato il “test scarpa”.
Ora sono abbastanza vicini, anche l’altro nota la sua presenza, lo riconosce e gli va incontro con un largo sorriso.
“Salve, sono Luca Socrates!” Gli tende la mano, che l’altro afferra con una presa amichevole e sicura, studiata, gli sembra.
“Lanfranco Morremo,” dice asciutto, “ci siamo già presentati al funerale, ma in mezzo a tutta quella gente è probabile che non ci abbia fatto caso.”
Luca non se lo ricorda, ma l’avvocato Morremo ha ragione, quel giorno c’era veramente molta gente, forse troppa.
“Mi dispiace, ma a volte sono veramente sbadato…”
“Io ho avuto modo di osservarla da lontano e, devo dire, che lei mi ha fatto veramente un’ottima impressione, come se le avessi visto dentro, lei mi capisce?”
Luca non capisce affatto. Che cavolo di ottima impressione e che c’era da guardare dentro? A meno che non si stia riferendo a qualcosa di specifico, forse al funerale era talmente concentrato sull’evento da non essersi accorto di atteggiarsi a diva vedova. Cerca di uscirne:
“Lei ha più occhio di me…io proprio…”
“Nessun problema, inoltre è passato un po’ di tempo e lei ha avuto modo di parlare solo con il notaio e con alcuni miei collaboratori. A proposito, spero che abbiano fatto tutto il possibile per spiegarle ogni dettaglio.”
“Loro sono stati bravissimi, è che io, come le dicevo, ho la testa tra le nuvole e le faccende legali mi mettono a disagio.” Luca ha una gran voglia di ritornare nel suo letto.
“Per questo ci siamo noi e ci sono io.” L’orgoglio di Morremo è evidente: “Tutto è stato fatto nel migliore dei modi e, per quanto riguarda lei, ci siamo attenuti alle poche indicazioni che ci ha dato.”
“Quindi?” A questo punto Luca è quasi sicuro che tutta quell’esposizione all’ossigeno gli farà male. A trenta anni (che in anni gay ne fanno almeno 40), l’ossigeno diventa inevitabilmente il nutrimento essenziale alle rughe e riduce le cellule come un ferro vecchio esposto alla salsedine.
“Significa, che proprio due giorni fa la somma in denaro lasciatale da suo zio, le è stata accreditata sulle coordinate bancarie da lei fornite e, come ben sa, è una somma molto consistente. Mi stupisce che lei non l’abbia notato, controllando la lista dei movimenti nel suo conto in internet.”
“Non controllo mai il mio conto in internet e la mattina generalmente…” si interrompe domandandosi per quale ragione dovrebbe parlare di sé con quel tipo ordinario di avvocato e magari dirgli anche che lui internet lo usa soprattutto la notte, per navigare o entrare in qualche chat.
“Capisco,” Morremo sembra aver assunto un’espressione compassionevole, “continuando il nostro discorso e risolta la questione dei liquidi, oggi siamo qui per occuparci dell’immobile: firma di qualche documento e consegna da parte mia delle chiavi dell’appartamento da lei ereditato, che, suppongo, sarà ansioso di vedere.” Altro grande sorriso.
“Certo, immagino di sì” Luca si sente spiazzato dalla sicurezza in cui quell’uomo suppone le sue ansie, perché questo per lui è l’evidente segnale della loro visibilità, altrimenti, di sicuro, non lo avrebbe definito “ansioso di vedere”.
“Andiamo?” Morremo si sta già avviando da qualche parte e a Luca non resta che seguirlo. Si infilano per una via stretta, sbucano su una piazzetta, poi ancora un vicolo che curva verso sinistra, quasi ad angolo retto, altra via più larga, ma senza luce, per finire in una piazza illuminata dal sole. Proprio di fronte a loro, si vede un grande portone, sormontato da un’arcata con stucchi e fregi. Intorno piccoli negozi e altre entrate meno imponenti di abitazioni. C’è abbastanza silenzio, anche se si sente arrivare da qualche parte il rumore del traffico. Un ragazzino gira in tondo con un monopattino, non suscitando la minima reazione nei due gatti sdraiati sopra il cofano di un’auto, parcheggiata vicino all’unica fontanella.
L’avvocato Morremo gli poggia una mano dietro la schiena e delicatamente lo spinge in avanti. Luca sente del calore irradiarsi lungo la sua spina dorsale e gli pare che quella mano stia scendendo dentro le sue mutande fino a contenergli i glutei nell’intero palmo.
“L’appartamento è in quel palazzo di fronte” la voce di Morremo è quella di una guida turistica. “È del ‘600, il palazzo intendo, certo nel tempo sono avvenute delle modifiche, ma trovo che sia ugualmente splendido, non crede? Lei può ritenersi fortunato a ritrovarsi di questi tempi una proprietà simile e in pieno centro storico. Senza nulla togliere al dolore e alla perdita che l’ha portata a tutto questo, s’intende.” Luca riesce solo a camminare e non gli viene niente da rispondere, tranne la convinzione che è così che la gente parla e si comporta. “Ha già pensato a cosa farne, ci verrà ad abitare o vorrà venderlo? Beh, ci pensi con calma, ma nel secondo caso, mi contatti, poiché il fratello di mia moglie ha un’agenzia immobiliare e potrebbe esserle d’aiuto, sa, meglio affidarsi a gente che si conosce.”
Ti pareva che non aveva anche moglie, è l’unica cosa che Luca riesce a pensare.
L’avvocato infila la chiave nella toppa del portone e apre uno spiraglio abbastanza grande per permettere a tutti e due di passare, prima Luca, ovviamente, per la dovuta cortesia verso il cliente. Il ritrovarsi in un ampio cortile, pieno di piante, gli dà la sensazione di aver superato una porta spazio-temporale e di essere giunto altrove. Fa un giro su se stesso e vede qualche statua con dei pezzi mancanti, un paio di capitelli messi a terra con sopra dei vasi, un’arcata a destra e una a sinistra con sopra scritto “SCALA A” e “SCALA B”.
“Da questa parte, la prego.” Morremo gli ripoggia la mano dietro la schiena e lo spinge delicatamente.
Rimasto da solo, si lascia incantare per qualche istante dall’ingresso circolare nel quale l’avvocato Morremo lo ha salutato, andandosene, dopo aver continuato a parlare di cose che lui non ha ascoltato. Non può fare a meno di constatare che quel primo ambiente ha la stessa dimensione della sua camera da letto, forse è anche più grande e gli sembra straordinario che un uomo da solo abbia vissuto in (quanti?) trecentottanta, quattrocento metri qua-drati, su due livelli: sotto, oltre all’ingresso, una cucina, due bagni,una camera da pranzo, un salotto e lo studio-biblioteca dello zio e sopra quattro camere da letto e altri due bagni.
Prende il cellulare e chiama Francesco:
“Pronto Franci? Sono dentro, ho fatto tutto con l’avvocato e non puoi immaginare quanto sia grande la casa.”
“A che piano è?” La voce arriva dal telefonino con un timbro vagamente metallico.
“Al quarto, l’ultimo e la cosa fantastica, forse vagamente inquietante, è che, quando abbiamo aperto le finestre, è entrata moltissima luce. Al tuo spirito positivo e luminoso piacerebbe sicuramente.”
“Magari più tardi ci faccio un salto, se mi dai l’indirizzo preciso…”
“Meglio di no!” Riesce a stento a trattenere un tono seccato.
“Come sarebbe a dire? Guarda che oggi non sono in vena di sopportare le tue menate!”
“Lo sai come sono, no?” Luca cerca di giustificarsi: “Mi ritrovo in una casa che apparteneva ad uno che avrò visto sì e no cinque volte nella mia vita, uno che in famiglia hanno sempre spacciato per un mito. Adesso la casa è mia ed ho bisogno di scoprirla da solo, di metabolizzare le sensazioni e di cercare di capire chi fosse realmente Osvaldo Socrates, il perché sono io il suo erede. Che ne so, mi sento attratto da questo ambiente, capisci?”
“Certo che capisco,” Francesco ha la voce evidentemente alterata, “capisco che sei fuori di testa più del solito! Fai come credi, metabolizza pure, e, quando torni ne parliamo.”
“Mi sa che resto a dormire qui stanotte…” pausa in attesa di reazione. Niente, continua: “Intanto accosto le finestre, ché tutta questa luce mi disturba e poi pensavo che restandoci a dormire avrei potuto fare le cose con calma. Lo sai che di notte riesco a fare meglio tutto, non ti dispiace troppo, vero?”
“Ecco, bravo!, restaci a dormire, magari nella casa di uno psichiatra morto riesci a rinsavire! Viviti il sogno virtuale di essere single!” Francesco interrompe la comunicazione e uno strano senso di calma e liberazione si impossessa di Luca, come quando i suoi genitori andavano a pranzo da amici la domenica, lasciandolo, già adolescente, per una intera mezza giornata a casa da solo e lui passeggiava in giro per le stanze completamente nudo, creava ed indossava un diadema fatto con le collane di sua madre ed immaginava l’invasione un qualche esercito straniero, poi l’irruzione di soldati brutali che lo avrebbero incatenato e violentato.
Come detto: persiane leggermente accostate e, dove possibile, tende tirate, solo la luce necessaria all’esplorazione, niente invasivi e distruttivi raggi solari, come quelli che anni prima avevano scolorito le copertine della sua colle-zione de “I gialli per Ragazzi”.
Cammina a scatti. La conversazione con Francesco l’ha messo di malumore prima ed ora in agitazione. Non rie-sce a capire cosa spinga gli esseri umani a stare in coppia, cosa lo abbia spinto a decidere di dividere la sua vita con un ragazzo che, tutto sommato, non gli corrisponde neanche un po’. Solo una mia proiezione, pensa, condita di qualche effetto speciale, come la luce in cucina stamattina, niente più di questo.
Esplora la casa, che si aspettava carica di mobili pesanti, intagliati e con fregi, color della terra o sottobosco, scuriti dal tempo e dal fumo delle sigarette. Invece è tutto linea-re, bianco, grigio metallo e opaco. La cucina è ipertecno-logica, manca solo un frigorifero computerizzato, di quelli che si vedono in certi reportage, che vanno in onda dopo il telegiornale delle 13,00. In salotto divani di pelle bianca e nera, un tavolino di cristallo e acciaio bassissimo. Cazzo, pensa, sembra la casa di un architetto fighetto, non certo quella di un luminare della scienza, strizzacervelli, per giunta! Si dirige verso lo studio, dove entra nella speranza di trovare almeno lì una enorme scrivania in legno massiccio, imponente e ingombra di carte. Con sua grande sorpresa, la scrivania che aveva immaginato c’è ed è anche più grossa del previsto. Sulla porta si gira indietro come per assicurarsi di non aver sognato, poi entra nella nuova dimensione, che immediatamente riconosce come familiare e, nel luogo che a chiunque altro darebbe un vago senso di claustrofobia, si sente al sicuro. Un’unica libreria ricopre interamente tutte e quattro le pareti. Non ci sono finestre, ma, guardando attentamente, si posso scorgere dei condotti di aria su almeno due lati. Il soffitto è molto alto e delle lampade liberty illuminano l’ambiente. In mezzo alla stanza, davanti alla scrivania, campeggia una dormeuse di pelle rosso bordeaux.
In un nanosecondo Luca decide che quello sarà il suo luogo sacro, lasciando andare lo sguardo intorno, come ipnotizzato e capisce che lì deve certamente albergare lo spirito di suo zio.
La vibrazione del cellulare sulla sua natica destra lo riporta alla realtà. Sul display un nome:
“Ciao Andrea”.
“Ciao Luca, ieri sera ci hai dato buca, eh?”
“Non avevo voglia di vedere gente, sai dopo le lezioni e poi io e Francesco…”
“Sì, vabbè, ogni scusa è buona. Certe volte proprio non ti si capisce, eppure non è che ti manca qualcosa, c’hai pure il ragazzo bono, che cavolo ti atteggi a misantropo?”
“Andrea non mi avrai mica telefonato per farmi l’imitazione di mia madre, no? Per quella là basta che mangi, bevi e hai soldi in tasca, la vita è tutta rose e fiori. Che ne sai tu.”
“Come vuoi, ma ricordati che qualcuno di noi sta ancora cercando il lavoro e che nel mondo ci stanno ancora un sacco di guerre in corso, che a Ostia hanno fatto fuori un altro di noi e che…lasciamo perdere, va’. Ti ho chiamato per sapere se stasera tu e Francesco venite a mangiare una pizza, ci siamo tutti e magari ci facciamo un aperitivino prima a Campo de’ Fiori, per aggiornarci e, dopo la pizza, si va, che ne so, al Coming e poi al Circolo o ognuno fa quello che vuole, che ne dici?”
Luca osserva il suo nuovo regno e risponde: “Stasera no, ho da fare delle cose. Perché non chiami Francesco a casa, forse a lui va la pizza.”
“Ma che avete litigato? Non vi sarete mica lasciati?”
“Tutto a posto, ma che c’avete dentro il cervello? Se uno si sta a fare i cazzi suoi da qualche parte, da solo e senza l’altra metà della mela, è perché ci sono problemi. Siete proprio limitati, cazzo!” Vede i libri, la scrivania e la dormeuse che applaudono.
“Ho capito, ciao bello, sento che dice Francesco” Andrea attacca.
Si precipita fuori dallo studio e la geometrica linearità del salotto ha un effetto sedativo sulla sua rabbia montante, pur non riuscendo a spegnerla del tutto. Non riesce a farsi una ragione di come tutti quelli che lo circondano non arrivino a comprendere dei concetti che gli appaiono fin troppo elementari. Lui non capisce gli altri e gli altri non capiscono lui. Francesco lo vorrebbe dinamico e positivo e non si comprende per quale motivo non abbia già lasciato Luca per trovare l’uomo dei propri sogni, sorridente, scattante, palestrato e propositivo.
I suoi genitori, lo volevano laureato e lui li ha accontentati, nonostante trovi che il mondo sia popolato di laureati coglioni. Poi gli hanno imposto di lavorare, mentre lui avrebbe preferito starsene davanti ad una parete, semplicemente a pensare, ma questo sarebbe stato disdicevole, poiché, gli ripetevano, tu sei ciò che fai e produci, il lavoro è dignità e riconoscimento sociale. Non lo ha mai capito, ma ha cominciato a lavorare. Infine i suoi amici sono il massimo: una generazione di trentenni che si comporta come un branco di studentelli di sedici anni, che si mandano sms tutto il giorno, che parlano costantemente di cazzi visti in palestra, del lavoro che hanno o non hanno, che si ostinano ad invitarlo all’ultimo minuto a cene o feste, pur sapendo benissimo che lui ha bisogno di tempo per distrarsi da sé e prendere delle decisioni.
Arriva fino all’ingresso, entra in cucina, torna in salotto, attraversando la camera da pranzo, con la certezza che non ci sia nessuna soluzione: il matrimonio mai consumato tra lui e il resto della società deve essere rotto per totale incompatibilità di carattere. Gli fanno male i muscoli delle gambe. Si abbandona sul divano di pelle nera, ripassando mentalmente tutti i volti delle persone con le quali ogni giorno deve entrare in contatto. Poi più nulla, solo un ricordo del liceo, quando, preparandosi per la prova d’inglese della maturità, lesse le leggendarie parole di Oscar Wilde alla carta da parati della sua stanza, prima di morire: uno di noi due se ne deve andare.
Gli è venuta fame ed una ricerca sommaria in cucina gli mostra diversi tipi di alimenti in scatola. In frigo c’è poco, ma il congelatore è il trionfo della crioconservazione. Chiude lo sportello, non senza chiedersi quale sia il senso del cibo quando si è deciso di farla finita, dopotutto sarebbe meglio uscire di scena senza antiestetici gonfiori, asciutti, così come si è vissuti, con la sola pelle attaccata ai muscoli, in modo che la gente possa rimpiangere e lodare le tue qualità fisiche da vivo. La stessa cosa che aveva sentito ripetere da diverse voci, il giorno del funerale di suo zio: un uomo così bello e prestante, nonostante l’età avanzata, sembra impossibile che possa essere morto; perlomeno lui sì che se l’è goduta la vita! Ogni volta che qualcuno gli ripeteva la filastrocca, sentiva venirgli la nausea e giurava a se stesso che non avrebbe mai più partecipato ad un funerale, a meno che non avesse avuto la certezza di essere l’unico presente.
Registrate mentalmente le cose trovate in cucina, affronta un altro giro di esplorazione, ispezionando le camere da letto e il piano superiore. Niente di nuovo rispetto all’arredamento minimalista chic del piano inferiore, solo la camera di suo zio lo colpisce particolarmente a causa di una sorta di sovraccoperta di pelliccia, bianca e nera a grosse macchie, come se avessero scuoiato una mucca e l’avessero lasciata sul letto. Luca la guarda per un po’, poi accenna un sorriso e segue la sua nuova idea: si toglie i vestiti, rimanendo completamente nudo, e ci si distende sopra, girandosi e rigirandosi lentamente con gli occhi chiusi e avendo, quasi immediatamente, un’erezione. I peli della coperta gli trasmettono una sensazione di calore e gli accarezzano il corpo quel tanto che basta alla sua fantasia, quella fantasia che gli è amica e complice da sempre, per giocare e proiettarlo da qualche parte nel cosmo, abbracciato da una forma aliena pelosa che si vuole accoppiare con lui, per dare vita ad una nuova specie.
Starebbe lì per ore, poiché nella realtà non c’è nulla e nessuno che lo possa appagare in quel modo: Francesco è solo un’incompleta e umana manifestazione della sua immaginazione divina, troppo vero per essere perfetto, come tutto il resto d’altronde.
Si riveste.
Quando riscende di sotto, si accorge che il suo telefonino segnala un sms ricevuto. Spinge il tasto per selezionare la voce LEGGI e si ritrova un messaggio di Francesco: “me ne vado a mangiare la pizza con Andrea e gli altri, non ti divertire troppo, baci”. Manovra il cursore, trova l’opzione CANCELLA e pigia, rammaricandosi che nella vita non possa essere così facile liberasi delle persone.
Si sta facendo buio, ma Luca non se ne rende quasi conto, chiuso nello studio di Osvaldo Sacrates, seduto sulla dormeuse, mentre mastica del tonno in scatola e si domanda quale sarebbe il modo migliore per cominciare l’ultimo atto della sua esistenza. L’idea che lo trovino nudo e decomposto su quella coperta al piano di sopra gli stuzzica la mente, ma si rende conto che quel rompipalle di Francesco lo andrebbe a cercare troppo presto, senza dargli neanche il tempo di raggiungere il rigor mortis. Comunque c’è tempo e la curiosità la fa da padrona. Questo suo nuovo e, secondo l’idea attuale, ultimo rifugio deve essere esplorato per bene, visto che gli pare altamente improbabile che ne uscirà e forse è proprio lì che gli verrà suggerito il modo migliore per portare a termine il suo progetto, dopotutto suo zio era un medico e, si sa, i medici tengono sempre qualche strana sostanza che gli fornisca una via di fuga, nel caso li colgano con le mani nel sacco, mentre assemblano pezzi di cadavere, sulle orme del dottor Frankenstein. Gli viene da ridere e per poco non gli va il tonno di traverso, tanto da essere costretto a correre in cucina, per bere urgentemente dell’acqua, ma non fa in tempo e, proprio al centro del salotto, un ulteriore colpo di tosse gli fa spalancare la bocca e schegge di pesce masticato vengono sparate sul divano di pelle nera.
Tornando dalla cucina e sorseggiando direttamente da una bottiglia di acqua minerale, si ferma a guardare il divano. È dunque questo il senso della vita, si domanda, un animale morto la cui unica funzione esistenziale è quella di rivestire un divano, con sopra spalmato un altro animale, altrettanto morto e ridotto in poltiglia dai denti di uno che non ha nessun interesse ad arrivare a domani? Rientra nello studio.
Si siede alla scrivania e decide di cominciare da lì. Apre i cassetti, ma non trova niente di non convenzionale, le solite cose che stanno nei cassetti di una scrivania. Ci sono appunti ovunque, annotazioni su ciò che de essere ricordato, appuntamenti da prendere o cancellare, persino una lista della spesa destinata al cuoco della clinica. Già, la clinica di cui in famiglia non si parlava mai, fino a dimenticarne l’esistenza. Solo ora ricorda che quello era un soggetto tabù e che la sua totale rimozione venisse vissuta come il più ovvio dato di fatto. Trova un’agenda: solo nomi e numeri di telefono in ordine, ovviamente, alfabetico, per cognome. C’è anche il suo numero e quello dei suoi genitori e di altri parenti che conosce a malapena. Riflette un secondo e non gli pare di aver visto telefoni in giro. La chiude e la ributta dove l’ha presa. Penne, trova decine di penne di tutti i tipi e materiali, alcune sembrano preziose, potrebbe trattarsi di una vera e propria collezione, se non fossero lasciate un po’ qua e un po’ là, senza un ordine preciso. Nell’ultimo cassetto alla sua destra, trova un registratore, ma non ci sono cassette. Lo estrae, lo poggia sulla scrivania, chiude il cassetto e si alza. Un giro della stanza non richiede un grande sforzo: pur essendo ampia, sembra ci siano solo libri, che, ad una prima occhiata, sembrano messi lì a caso, ma poi ci si accorge che una parete è occupata da romanzi di ogni genere, con una particolare attenzione per gli autori americani; un’altra, quella che gira intorno alla porta, ospita volumi di antropologia, sociologia, esoterismo, sessuologia e via dicendo. Luca rimane impressionato dal numero di libri che parlano dei Rosa Croce, della Massoneria e dei Templari, convincendosi che a volte le bizzarre combinazioni genetiche ci regalano pezzi di DNA che non arrivano propriamente dai nostri genitori o che in loro restano silenti. Ci sono volumi che lui stesso avrebbe, e in parte lo ha fatto, scelto per la sua biblioteca personale. Sempre alla ricerca di strane realtà e mondi sconosciuti, per trovare una spiegazione alternativa alla storia, troppo spesso raccontata da chi non vuole mollare il proprio potere. Immergersi in percorsi misteriosi ed esoterici, per dimostrare a se stessi che la normalità è solo una facciata poco originale.
La parete di fronte alla porta è dedicata al novanta per cento allo studio della mente e per il restante dieci per cento è composta di volumi di medicina ordinaria e di chirurgia. Infine, dietro la scrivania, ci sono gli appunti di Osvaldo Socrates, i suoi studi, le sue ricerche, i libri che lui stesso ha scritto e pubblicato, insieme a quelle che sembrano cartelle cliniche.
Luca comincia a sentir crescere un moto di delusione: sperava in qualcosa di più e, come al solito ha commesso l’errore di mandare avanti le proprie proiezioni fanta-stiche, invece di esplorare semplicemente la realtà. È qualcosa che fa da sempre, persino nella scelta degli amanti o delle avventure occasionali: carica l’altro di si-gnificati che lui stesso produce e, una volta al dunque, la disillusione al cospetto della solita comune persona, con niente più che i desideri e le aspettative di tutte le persone. Lui non è mai riuscito a trovare delle differenze, eppure devono essercene, anzi ci sono sicuramente e per questo è presto giunto alla conclusione che il problema non è negli altri. Per gran parte della sua esistenza si è sentito disadattato, poiché mezzo matto in un mondo di sani e felici, poi ha accettato la consapevolezza che lui è uno dei pochi ad essere andato oltre e che il resto dell’umanità è composto di gente al più basso grado dell’evoluzione. Ma il risultato non cambia, il senso di disadattamento non cambia, l’idea di non essere in un luogo a cui si appartiene non cambia, così come il desi-derio di andarsene non cambia.
Si toglie le scarpe e i calzini e percepisce immediatamente il freddo del marmo sotto di lui. Esce dallo studio in cerca della caldaia per accendere il riscaldamento, sperando che non sia uno di quelli centralizzati, visto che in quasi tutti i condomini li accendono ad orari per lui improbabili. Dopo dieci minuti di ricerca, la trova sul balcone piccolo della cucina, gira la manopola e si assicura di vedere la fiamma. Voltandosi, si rende conto di essere all’esterno e getta uno sguardo alla città, illuminata. Devono essere circa le 20,30 e Luca immagina le migliaia di persone in macchina, alla ricerca di un parcheggio e pronte ad interminabili file, pur di trovare un posto in un qualche tipico ristorante del centro. Fa una linguaccia all’intero universo e rientra.
Cinquanta minuti dopo è di nuovo nello studio, ma ora un evento nuovo lo sta facendo letteralmente tremare dalla curiosità: poco prima, continuando a cercare qualcosa di indefinito, nella speranza di imbattersi in un oggetto o uno scritto che potesse fornirgli particolari di quello zio sconosciuto che, bizzarramente, aveva lasciato a lui molti soldi e una casa, si è ritrovato tra le mani un grosso volume, rilegato in pelle e senza titolo, che si è, quasi immediatamente, rivelato essere un falso libro.
Nei suoi occhi c’è lo stupore di un ragazzino che partecipa ad una caccia al tesoro. Tra le mani ha una sorta di scatola che, chiusa si confonde perfettamente tra altri libri, ma che aperta mostra un contenuto che scatena immediatamente l’avidità della sua curiosità: ci sono delle audiocassette, ad una prima occhiata senza custodia e con sopra una striscia bianca adesiva, sulla quale c’è scritto qualcosa.
Luca si siede alla scrivania, imponendosi di non correre troppo con l’immaginazione, ricordando quante volte, il proiettare le proprie aspettative, lo ha messo nei guai o, nel migliore dei casi, gli ha riservato una cocente delusione. Potrebbero essere appunti di un nuovo libro presi in macchina, promemoria per la segretaria, forse è solo musica classica o peggio incisioni di Julio Iglesias. In questi casi la prudenza non è mai troppa. Estrae le cassette una per una e le poggia in fila sulla scrivania, davanti a sé e sente rimontare l’entusiasmo, poiché dalle etichette sembra improbabile che sia della musica, le scritte non sono molto chiare, ma è evidente che si tratta di lettere e numeri o solo una lettera con numeri. Avvicina la faccia ad una di esse e legge ad alta voce: “O, S, P, 5/18B-cc0732”.
Ritorna ad una visione d’insieme, poi si accorge di aver lasciato fuori il registratore, trovato durante la sua precedente esplorazione. Passa lo sguardo tra il registratore e le cassette più volte e decide che l’unico modo per capirci qualcosa e per placare la sua ansia è ascoltarne una, ma da quale cominciare?
“Ci vuole metodo nelle cose,” dice, “altrimenti si rischia di complicarle, ma qui bisognerebbe sapere a priori cosa si cerca…Al diavolo il metodo, una qualunque andrà bene, poi si vedrà”.
Ha appena finito di parlare alla stanza, che non gli ha ri-sposto, quando si accorge di una anomalia, nell’apparente monotonia di quelle etichette. Non ci ha fatto caso prima e questo ferisce il suo orgoglio di persona che si ritiene acuta osservatrice, ma dura un attimo e afferra con la mano destra una cassetta al centro della fila, sulla quale non ci sono lettere e cifre a caso, ma un nome: Clara.
Nessun dubbio ulteriore, quella è la cassetta dalla quale cominciare, perché va onorata nella sua diversità, perché come lui non appartiene al gruppo anonimo nel quale l’ha trovata, perché semplicemente ha deciso così e basta.
Il registratore ha un filo che andrebbe attaccato ad una presa di corrente. Gli sudano le mani a questo ennesimo contrattempo, ma la sua razionalità gli suggerisce che un registratore da tavolo deve avere la sua presa di corrente vicino al tavolo, almeno spera che sia così e, per una volta le sue speranze vengono premiate: dietro la sedia sulla quale è seduto, sotto un rialzo della libreria, c’è la presa di corrente.
Infila la spina, torna in superficie, preme eject sul registratore, mette la cassetta dove deve andare, chiude lo sportellino.
Cassetta: CLARA.
PLAY.
Per sfuggire alla follia, non rimane che rifugiarsi nella follia…Non riesco proprio a ricordarmi chi l’abbia detto, eppure qualcuno deve avermelo suggerito, forse mia nonna, se solo l’avessi conosciuta, o qualcun altro, ma non importa. Io ci ho provato a rifugiarmi nella follia, anzi mi ci sono piazzata proprio al centro, nell’occhio del ciclone e, mentre tutto intorno veniva risucchiato, strappato, tirato su e rilanciato a terra, me ne sono stata qui, consapevole dell’immunità acquisita. Venticinque anni volati come un giorno, a lavorare, ascoltare, preparare senza uno sbaglio…buon giorno dottore, oggi mi sembra piuttosto tranquillo…ispettore ci sono novità?…avvocato dovrebbe aspettare solo qualche minuto, è l’ora della terapia. Una vocazione! Da piccola mi prendevo cura degli insetti che popolavano il nostro giardino e già possedevo quello scrupolo che mi sarebbe stato utile in futuro. Certo la situazione era diversa, gli insetti sono sicuramente più cristallini rispetto agli esseri umani, non parlano è vero, ma si fanno capire, eccome se si fanno capire. Una mosca che, abbandonata dalla famiglia e preda della follia, gira su se stessa fino a sfinirsi, allora va tenuta sotto un bicchierino da caffè usato da poco: l’aroma del caffè appena bevuto ha un effetto benefico sulle mosche pazze. Le api quando si ammalano sono difficili da curare, specialmente in quella rara forma di allucinazione che le costringe a vedere punti neri su fondo giallo sopra il proprio corpo, niente più strisce, solo punti. L’unica soluzione rimane l’asportazione delle antenne, cosa che non sempre riesce con successo. Vocazione difficile la mia, stavo ore ed ore in giardino, frugavo tra l’erba, controllavo i rami del noce o del limone ed ogni giorno il mio intervento si rendeva necessario, come se la natura producesse la sua dose di follia quotidiana, in una sorta di bisogno, dove tutto si rigenera, anche la stravaganza. Un ragno comincia a tessere la propria tela intorno a se stesso perché vuole un vestitino nuovo, non desidera costruire trappole per nutrirsi, ma solo qualcosa da indossare. Allora scatta il sospetto, poiché nella società dei ragni si fanno ragnatele per catturare prede, un ragno che si rispetti non si fa un vestitino, un ragno che si cuce addosso la tela è strano, diverso, forse pazzo. I ragni tutto questo non se lo dicono, lasciano correre, sono molto tolleranti, ma io sapevo cosa pensavano realmente e intervenivo, isolavo lo strambo, poi lo congelavo nel freezer, lo scongelavo una settimana dopo e se non fosse sopravvissuto alla crioterapia, avrei avuto la certezza del caso irrecuperabile. Non se ne è salvato uno, certe patologie non hanno ancora trovato cure.
Come dicevo gli uomini sono diversi, parlano, ti dicono cose e spesso è proprio la facoltà di parlare che li mette nei guai, che li fa considerare malati. O magari vedono oggetti inesistenti o che altri non vedono, sentono voci, anche se, sono convinta, la maggior parte di loro mette in atto semplici desideri di ribellione, che li trasformano da cittadini modello in ospiti…così li chiamiamo noi.
Il padiglione 18 è pulito, il più pulito di tutti e a volte si ha la sensazione che non ne esistano altri, come se tutta la vita di questa struttura avesse il suo fulcro qui, di più, come se il mondo volesse da qui far sentire la sua voce agli altri pianeti…così almeno sembrerebbe dalle urla dei nostri cari ospiti. Cominciano a lamentarsi quasi sottovoce, borbottano frasi sconnesse tra sé e sé, poi il volume si alza, chiamano i parenti, i dottori, gli infermieri, fino ad urlare e urlano pur sapendo che gli faranno presto una puntura, urlano anche se non hanno più vene per gli aghi. Dopo silenzio e immobilità. Le coccinelle che fanno uso di droga, se ne stanno immobili sulla punta estrema di una foglia e sembrano guardare in basso e possono rimanere così per giorni, con il paesaggio alterato dall’effetto allucinogeno e la sensazione di baratro data dalla distanza che separa la foglia dal terreno, ignorate dalle altre coccinelle troppo prese a portare fortuna a qualcuno di passaggio.
Prima nel padiglione 18 stavano tutti insieme, io li guardavo da dietro un vetro fare il carosello più democratico che si fosse mai visto: nessuna divisione sociale, non c’erano ospiti di categorie diverse come ora, tutti pazienti, tutti malati, tutti matti. Le cose sono cambiate dopo lo scandalo dei letti con le catene e le varie riforme, i nuovi metodi, i nuovi dottori. Fu allora che nacque l’ala B, quella per gli ospiti eccellenti, gli sperimentali, quelli trattati con nuovi metodi e terapie, quelli da recuperare e da mostrare come esempio di efficienza, di umanità della psichiatria, non più dimenticati nell’inferno nero dei manicomi, ma ospitati in un purgatorio rosa. Nell’ala B tutto è rosa, i muri, le porte, i vassoi per il cibo, i bicchieri, le divise, le coperte, i lavandini, le pillole, tutto completamente e solamente rosa, il colore che, secondo le più avanzate teorie della cromoterapia, riduce l’aggressività come è scientificamente provato. Si prende un detenuto di un carcere qualsiasi, purché il detenuto sia un violento, uno stupratore, un serial killer o qualcosa del genere, gli si mette davanti agli occhi un pannello nero o rosso e gli si dice di sollevare un bilanciere con dei pesi, usando tutta la sua rabbia. Quello ci riesce benissimo, per lui è un gioco da ragazzi, visto che qualche mese prima ha trucidato la sua famiglia e poi si è portato in spalla i cadaveri per il quartiere. Poi gli si mette davanti un pannello rosa e gli si ordina di ripetere l’operazione, ma…niente da fare, il miracolo è avvenuto, il bestione non ci riesce. Wow, il rosa è la soluzione di tutto! È incredibile che non ci abbiano pensato prima, che nessuno si sia mai domandato prima come mai tanti uomini indossino hot pants rosa e siano totalmente felici.
All’entrata dell’ala B c’è , o forse c’era, la mia cabina, tutta di vetro antisfondamento, climatizzata, dotata di vari monitor nei quali si possono vedere i nostri deliziosi ospiti e si può persino sentirli quando raccontano le loro storie al proprio letto, perché il letto è l’unico che li sta a sentire, tranne me, si intende. Quello che dicono viene anche registrato, non si dice, è segretissimo, ma io so che succede e non so come lo so, ma ad un certo punto tutto è stato chiaro. Sono quasi sicura di aver trovato delle cassette e poi la lista di certi medicinali dai nomi mai sentiti, roba sperimentale, caramelle solo per gli ospiti. Da un po’ non mi è più chiaro niente, fatto sta che so certe cose e questo non si può cancellare. Sono sicura che stanno registrando anche me, forse mi hanno messo gli occhi addosso e non vogliono che racconti i fatti loro in giro, forse stanno pensando a dei provvedimenti disciplinari, a qualche tecnica per confondermi le idee. Sembra anche che ci stiano riuscendo, poiché ho la bizzarra sensazione che la mia cabina, tutta di vetro antisfondamento, climatizzata e dotata di vari monitor, somigli sempre di più ad un cubo rosa. Parlare è l’unico modo per non cancellare quello che so, pur non sapendo perché lo so, ma, dopo tanti anni di fedele servizio, mettersi a registrare quello che dico, come delle volgari spie, è inammissibile…che cos’è inammissibile? Dovrebbe essere l’ora del giro delle visite e questa pesantezza nelle gambe, quasi quasi mi faccio dieci minuti di sonno e poi starò meglio. Solo dieci minuti per alleggerirmi di tutti questi pensieri e poi riprendo il lavoro.
STOP. EJECT.
Quattro, cinque minuti immobile. Luca cerca di decodificare ciò che ha appena sentito, mentre nella sua mente si susseguono dei flash di immagini in sequenza disordinata: insetti, monitor, stanze rosa e risuona la voce, leggermente alterata dal registratore, di quella Clara, a volte sicura e lucida, a tratti carica di paura nella consapevolezza di non avere più il controllo.